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A Pasqua 2008 sono stato in crociera a Barcellona con un gruppo che non aveva niente a che fare con la salsa ma che faceva riferimento all'UPTER, l'Università Popolare di Roma.
Nel corso della crociera si sono tenuti degli interessanti seminari di psicoterapia collegati con la terapia sacro-craniale (una tecnica olistica di guarigione che vi consiglio vivamente di approfondire)
L'equipaggio era piuttosto eterogeneo, con una età media che viaggiava però decisamente sopra gli "anta". La cosa sorprendente è che tutti erano a conoscenza del fenomeno della salsa.
Molti di loro si erano persino iscritti o avevano intenzione di iscriversi (seppur con qualche timore) ad un corso di salsa. Solo che praticamente quasi tutti avevano abbandonato dopo pochi mesi, perché, al contrario di quello che pensavano, avevano trovato la salsa un ballo estremamente tecnico ed impostato, con maestri che volevano trasformarli in provetti campioni di ballo, mentre, al contrario, loro erano lì solo per "divertirsi e rilassarsi" (un fenomeno che mi dicono sta succedendo persino col tango).
Una coppia aveva addirittura rischiato il divorzio perché tutte le volte che andavano a lezione litigavano in continuazione. Alla fine pur di salvare il loro matrimonio avevano deciso di sospendere le lezioni di salsa (succede purtroppo pure questo!...).
A Barcellona invece sono stato a ballare in un locale del centro chiamato "Antillas" e mi ha colpito il fatto che il livello del ballo fosse altamente amatoriale con davvero pochissimi ballerini virtuosi. L'atmosfera era però serena e familiare ed era praticamente impossibile che una donna rispondesse no ad un semplice invito. La musica spaziava dalla salsa, alla timba, al salsaton, alla bachata, persino il merengue e la gente davvero ballava di tutto e con tutti.
Sulla via del ritorno ho messo a fuoco un' idea che ormai mi gira da un pezzo nella testa, ovvero che noi in Italia abbiamo alzato delle barriere di accesso per tutti coloro che si vogliono avvicinare al mondo della salsa. Una volta per ballare salsa non c'era nemmeno bisogno di andare a scuola.
Andavi in un locale e trovavi sempre qualcuno disposto a farti vedere il passo base o qualche semplice figura con scambio di posto. Oggi in alcuni locali se non hai la laurea rischi di rimanere a guardare per tutta la serata.
Certo questo fenomeno è successo per moltissime ragioni ed è stato determinato in particolare da un nostro eccesso di entusiasmo. Infatti noi che siamo stati i pionieri di questo movimento abbiamo, strada facendo, perso un po' il concetto di ballo sociale per rivolgere il nostro sguardo soprattutto al modello di salsa show.
Abbiamo così cominciato a fare arrivare degli artisti bravissimi sicuramente, ma rappresentativi più di una ristretta nicchia che del popolino della calle della loro nazione di appartenenza. In questo modo abbiamo importato in Italia stili e tecniche di ballo sicuramente affascinanti e stimolanti ma che hanno alzato tantissimo il livello della posta, minando così quella semplicità che era la caratteristica tipica di questo movimento.
E' noto, ad esempio che la stragrande maggioranza dei ballerini latino-americani non si preoccupa assolutamente su che tempo balla, mentre da noi, da anni, si tengono infuocati dibattiti sulla clave o su quale tempo sia più giusto ballare. Siamo arrivati persino al punto di costringere i nostri allievi a ballare su tempi o su passi base appartenenti solo ad una ristretta elite, quando le priorità erano ben altre.
Quale i motivi di questo stoicismo?
Credo che la risposta va cercata nel fatto che molte volte noi italiani “non ci accontentiamo di fare le cose”, vorremmo, al contrario, “farle al meglio”. Soprattutto c'è da parte nostra (sicuramente non tutti) una grande curiosità e un inconscio desiderio di seguire le mode imperanti.
Fin qui tutto bene, ma l'errore più grosso lo facciamo quando cerchiamo di inculcare nei nostri allievi l'idea che quegli stili di ballo siano rappresentativi del paese dal quale provengono.
Ecco perché diventa fondamentale far capire la variante spazio-temporale, nonché culturale (intesa come espressione di una sociologia sempre in movimento) della salsa.
Soprattutto credo che oggi il nostro obbiettivo principale dovrebbe essere quello di creare dei salseri (ovvero dei veri appassionati di questa musica e di questa cultura) piuttosto che dei competitori. Mettendo sempre al primo posto l'aspetto competitivo finiremo infatti con lo svuotare i locali.
Ultimamente, ad esempio, sono stato a Catania (che è una delle città dove ci sono i migliori ballerini), ma ho notato con tristezza che, pur essendo di venerdì, i locali erano vuoti, nonostante l'ingresso fosse gratuito.
Il problema è che quando si alza di troppo il livello si finisce con il non capire che il ballo è un dono che è bello condividere con gli altri.
Una cosa è una gara ed un'altra il ballo sociale. Non è infatti un caso che i ballerini di standard latino-americano fanno le loro belle gare ma non hanno locali dove andare a ballare. Proprio perché lo standard latino-americano è un ballo da gara e non un ballo sociale.
Un'altra cosa che reputo fondamentale in questa operazione di "ritorno alle origini" è allargare il nostro campo di azione.
Credo così tanto in questa esigenza che nelle mie lezioni per principianti faccio fin dall'inizio un lavoro propedeutico che se da una parte allarga la mente, dall'altra abitua l'allievo a confrontarsi con ritmi e musiche diverse.
Infatti, fin dalle prime lezioni, insegno gli elementi fondamentali di ritmi importantissimi come il mambo, il merengue dominicano, la plena portoricana, il chachacha, il son cubano, la bomba portoricana, la rumba cubana e persino lo zouk. La salsa arriva solo alla fine di questo lungo itinerario.
In questa ottica sarebbe assolutamente proficuo se in alcuni locali si cominciasse a proporre di più gli svariati ritmi che appartengono all'emisfero latino-americano. Le persone avrebbero in questo modo il modo di approfondire altre cose, sviluppare altre passioni. Ad esempio molti dicono che non ha senso insegnare chachacha (che è un ballo bellissimo) se poi nei locali non lo mettono assolutamente. Ma sarebbe diverso se invece il chachacha o il boogaloo entrassero stabilmente nella programmazione di qualsiasi dee jay.
L'ideale sarebbe poi secondo me fare come a Salvador de Bahia dove adesso, grazie anche alla spinta divulgativa della mia amica Maristela Lins, stanno proponendo delle serate miste con zouk e salsa. Finisce così che tutti i ballerini di zouk apprendono i primi rudimenti della salsa e quelli di salsa i primi rudimenti di zouk. Si coinvolgono in questo caso non solo due pubblici diversi ma si comincia a lavorare anche sullo sviluppo di una mentalità fatta più di apertura che di chiusura.
Ad esempio io sono convinto che lo zouk brasiliano (differente da quello antillano) possa avere un grande futuro in Italia. Ha solo bisogno di essere divulgato, come è stato anni fa con la salsa. Ha tutto il potenziale per esplodere perché, secondo me, è una ideale via di mezzo tra la bachata e la salsa.
A questo proposito do una bella notizia a tutti gli amici romani: ha finalmente aperto un locale dedicato a questo genere. Il locale si chiama Movida Zouk e si trova in via Galvani 29, zona Testaccio. Il locale è gestito da Oustì, uno zairese da molto tempo fra i protagonisti della scena romana.
La serata più specificamente dedicata allo zouk è il venerdì. In quella occasione troverete anche Marco Aurelio, un ballerino brasiliano che non solo insegna i primi passi ma fa anche delle dimostrazioni con la sua ballerina.
Insomma un'alternativa che consiglio assolutamente, anche perché, concorderete con me, non c'è niente di meglio che allargare i propri orizzonti...
Chissà che strada facendo non si arrivi alla conclusione che dalla "varietà" piuttosto che dalla "specializzazione" possa arrivare il vero antidoto contro la crisi!...
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